Federazione Nazionale Ordini dei Medici: la grafopatologia non rientra nella medicina
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A proposito di due articoli di Alberto Bravo, Vincenzo Tarantino e del libro Crotti-Magni

La Grafologia Medica non è né medica e né scientifica

Se lo fosse, da una campione di scrittura potremmo farci diagnosticare il Covid-19

di
Prof Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, Rettore e Docente di Criminologia  all’Istituto Italiano di Criminologia degli Studi di Vibo Valentia)

 

La Grafologia Medica usa, più o meno impropriamente, termini della medicina e delle scienze criminali, nel tentativo vago in senso vago di rapportarli alla grafologia.

Prendo in analisi, a caso, due articoli: uno, Comportamenti criminali e grafologia, di Alberto Bravo[1] (pp. 21 e ss.); l’altro,  Scrittura vergata a letto di Vincenzo Tarantino[2] (pp.7 e ss.).

Alberto Bravo (p. 23), scrive: «La grafologia può aiutare a capire quali comportamenti può mettere in atto il soggetto sulla base della sua struttura biochimica[3]. Sappiamo che le predisposizioni temperamento entrando in contatto con l’ambiente danno concretizzazione al carattere e, con l’intervento dell’intelligenza, si determina il comportamento che rappresenta l’abitualità espressiva del soggetto.

La Grafologia, leggendo ed interpretando questi passaggi, può contribuire allo studio e alla comprensione del comportamento deviante[4].

La grafologia può, quindi, arrivare a capire, con la valutazione diretta dei singoli segni, ma soprattutto con il gioco della combinazione dei segni, se le tendenze del soggetto, con la loro interazione, possano dare come risultante un comportamento in qualche modo di natura criminale.

La grafologia può rilevare dalla struttura temperamentale quali sono le potenzialità in fermento nel soggetto e come le stesse potenzialità potrebbero eventualmente attivare, su sollecitazione dell’ambiente, forme di comportamento deviante».

In questo passo Alberto Bravo confonde (tra altre vaghezze che ho richiamato sotto nelle note), devianza e criminalità: posto che non tutti i comportamenti devianti sono criminali e non tutti i comportamenti criminali sono devianti.

Inoltre, a ben vedere, nemmeno la descrizione e l’origine della devianza ha senso, posto che oggi nello studio della devianza, dopo la teoria criminologica dell’etichettamento è cambiato il paradigma: l’attenzione va posta non sul soggetto etichettato come “deviante”, ma su chi mette l’etichetta. Afferma Becker[5]: Il comportamento deviante “dipende da chi mette l’etichetta di deviante”; ancora:  “La devianza sta nello sguardo di chi osserva”; oppure, la “devianza è causata dalla norma, senza norma non ci sarebbero devianti”.

Ora, chiarito l’uso improprio dei termini di devianza e crimine, davvero è possibile capire (cito testualmente Bravo) “con il gioco della combinazione dei segni, se le tendenze del soggetto, con la loro interazione, possano dare come risultante un comportamento in qualche modo di natura criminale?”.

In questa affermazione vi è un insieme di concetti indimostrabili (dati invece per dimostrati): esercitare “il gioco delle combinazioni” (come dice Bravo) dei segni della scrittura è un’impresa del tutto soggettiva e arbitraria, non è come accade nella tavola pitagorica (delle tabelline). In essa, 2x3=6 perché facendo la verifica 3x2 il risultano non cambia, è sempre = 6! Nel “gioco delle combinazioni” dei segni della scrittura, non c’è alcun rigore né logico né di metodo perché attribuire a un significante un significato è un’operazione del tutto soggettiva e diventa arbitraria quando la si spiega attraverso l’uso del linguaggio che per sua natura non è mai neutro. Inoltre, non è possibile eseguire alcuna verifica del procedimento.  Un perito tenderà a dire, per esempio, che il segno x è artritico; l’altro, invece, sullo stesso segno x, dirà che è tremolante perché il supporto dove ha scritto era traballante; ma  non c’è alcuna verifica di queste affermazioni, che rimangono astratte, vaghe, buttate in perizia come si fa con i dadi lanciati sul tavolo, quello che esce, esce.

Il secondo articolo (ma ci sarebbe l’imbarazzo della scelta sulla rivista Grafologia Medica) s’intitola: “La scrittura vergata a letto”. Scrive Vincenzo Tarantino: «Chi scrive a letto è privo dell’appoggio fisiologico
 dell’avambraccio, ha per appoggio solo quello della mano su un libro o altro che funge di base precaria; che di solito poggia sulle ginocchia»[6].
E fin qui ci siamo.

Poi, prosegue: «La posizione incomoda, l’instabilità della mano, una base precaria, lo stento e la fatica dell’esecuzione producono un grafismo molto disorganizzato, non allineato, caratterizzato da frequenti sovrapposizioni e oscillazioni». Poi pubblica un esempio di scrittura -a suo dire- allettata.


 

 
 
 
 


(Fig. 1, in Grafologia Medica p. 8,  n° 1-2/2000)

Scrive Tarantino, in riferimento alla figura 1, cui sopra:

«La grafia presenta contrasti dimensionali, di calibro, di pendenza e di allineamento». 

E’ vero quanto scrive Tarantino, ma si tratta di una descrizione che non ha il carattere né di validità né di universalità. I contrasti dimensionali di calibro, di pendenza e di allineamento sono presenti anche in un soggetto anziano che ha problemi di vista (che scrive in penombra o senza occhiali e magari è anche stanco); oppure, in un falsario nel suo tentativo di imitare la scrittura presa a modello di un anziano. Si tratta di affermazioni vaghe in senso vago, prive di un supporto logico.


Prosegue Tarantino: “E’ sempre corretto nell’analizzare una grafia non sottovalutare le condizioni di salute, ma soprattutto individuare la postura assunta nel vergarla”. Il punto però è questo: come si fa a individuare la
 postura
, se non abbiamo il filmino o la sfera di cristallo?
Si possono fare delle supposizioni, che per quanto le si vuol collegare alle condizioni di salute del soggetto, sono e restano delle supposizioni. 
 

 


La Grafologia Medica però, ha la pretesa di diagnosticare le malattie attraverso la scrittura,
allora dovrebbe essere in grado s
e lo fosse, da un campione di scrittura potremmo farci diagnosticare l’esistenza del Covid-19 o meno,  evitando tamponi fastidiosi. Ora, è già difficile capire qualcosa con la scintigrafia, la risonanza e la radiografia, ma pretendere di fare diagnosi attraverso l’analisi della scrittura è davvero un azzardo, ed è inquietante che a crederci siano alcuni medici (ma, fortunatamente, non ci crede la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, leggi qui )

Mel libro “Grafologia e Salute”, ed. RED, scrivono i medici Alberto Magni ed Evi Crotti: “Attraverso numerosi esempi di scrittura gli autori delineano quegli elementi grafologici caratteristici di disturbi della nutrizione (anoressia  e bulimia), disturbi gastrointestinali (ulcera, colite, stitichezza cronica, disturbi psicosessuali, affaticamento, ansia e stress, ipertensione cefalee e sindromi allergiche)”.

Ecco la la copertina del libro citato:

La grafologia medica forse può essere suggestiva, ma non è né medica né scientifica, almeno finché dalle sue proposizioni non si riesce a  trarre conseguenze determinate, senza le quali la teoria stessa non possiede un contenuto definito; dovrebbero esistere delle regole di corrispondenza (o definizioni) per consentirebbero non di fare il “gioco delle combinazioni” (come afferma Bravo), ma di collegare questa o quella nozione teorica a fatti precisi. La convalida empirica, infine, dovrebbe soddisfare il principio di falsificabilità, trovando nell'evidenza empirica una conferma o una smentita. Nulla di tutto ciò accade nella grafologia medica.
Afferma K. Popper: «E' facile ottenere delle conferme, o verifiche, per quasi ogni teoria, se quel che cerchiamo sono appunto delle conferme»[7].

 


 

[1] Alberto Bravo: Presidente Istituto Superiore di Grafologia, Roma; Docente di Grafologia peritale e investigativa Università Bologna, polo di Forlì, Corso di laurea in Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza.

[2] Vincenzo Tarantino: Dirigente medico 1° livello ASL RMB, Docente di Grafologia Medica alla Scuola Superiore di Grafologia Roma e alla Scuola medica ospedaliera.

[3] L’Autore A. Bravo non spiega,  quale sarebbe il nesso tra la struttura biochimica dell’organismo,il  comportamento e la grafologia?

[4] L’autore Bravo non spiega nemmeno il nesso,  che –a suo dire- dovrebbe intercorrere tra la struttura temperamentale e le potenzialità (?) in fermento (?) del soggetto e, ancor meno, come dette potenzialità potrebbero
 eventualmente
(“potrebbero” e “eventualmente” sono termini vaghi in senso vago) attivare, su sollecitazione dell’ambiente forme di comportamento deviante?

[5] Becker Howard S., Outsiders, Studi di sociologia della devianza, ed Meltemi, 2017; anche in: Teoria dell’etichettamento, di Frank P. III Williams/Marilyn D. McShane, Devianza e Crimine, ed. Il Mulino Bologna

[6] Vincenzo Tarantino La scrittura vergata a letto, pp. 7 e ss., in Grafologia Medica, n° 1-2/2000 Ed. CIGME Roma

[7] Karl R. Popper, Congetture e confutazioni, Ed Il Mulino, Bologna

 

 

 

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