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Salviamo la grafologia forense!

La perito-casalinga grafologa
(che ti manda in galera, col linguaggio della supercazzola bitumata)

di
Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia clinica, Docente d'Indagine e Semiotica del Linguaggio all'Università degli Studi di L'Aquila)

 

La grafologia è una disciplina seria che può aiutare l'indagine investigativa ad assicurare il delinquente alla giustizia. Tuttavia, anche il coltello è una posata seria, può persino essere d'argento, ma dipende da chi lo usa e per quale fine.
La grafologia deve essere sottratta alla sfera psicologica e ricondotta sotto quella criminologica, perché in tribunale falsificare una firma conta in quanto atto criminale (condizione necessaria e sufficiente), non in quanto atto psicologico (che è condizione necessaria ma insufficiente). Inoltre, oggi la scrittura si riproduce alla perfezione con strumenti meccanici, pertanto, capire il modus operandi e la conditio sine qua non, è un compito criminologico, non psicologico.
La grafologia quindi può aiutare a scoprire il reo, ma come sfera di competenza va sottratta anche ai ciarlatani ed agli impostori. Gli psicologi ed i grafologi seri dovrebbero ribellarsi contro questo andazzo, questi impostori che arrecano danni non solo al cittadino e alla giustizia, ma alla stessa grafologia.
Anche per questo abbiamo fondato l'associazione CSI-Forensic, per offrire una sponda ai periti e consulenti seri, onesti, che agiscono secondo scienza e coscienza e da uomini liberi.  Insieme a prestigiosi magistrati, alti graduati dell'Arma e colleghi specialisti e docenti universitari, abbiamo formato diversi ispettori della Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Carabinieri, perché così i giudici possono affidarsi con serenità a questi nuovi consulenti e periti.
Abbiamo selezionato anche delle eccellenze, che pur non essendo delle forze dell'ordine sono però degli studiosi seri, onesti, con alle spalle studio e sacrificio. Abbiamo insegnato loro il mestiere del perito grafologo, alla luce di questa massima: non siamo interessati a trovare la risposta giusta da offrire al giudice, ma ad evitare quella sbagliata!
ll perito grafologo, più di ogni altro esperto, deve essere sottratto anche alle grinfie degli avvocati e del pubblico ministero: chi lo tira dalla giacca di qua e chi di là. Deve agire da scienziato, con l'atteggiamento del dubbio e non della certezza, dell'umiltà e non dell'arroganza. Non può fare la perizia anticipando, ancor prima di fare un'indagine, a se stesso, ad a chi gli affida l'incarico "il" risultato per poi trovare una strada qualunque per consolidarlo. Il perito onesto non difende il colpevole, tanto per cominciare, perché il mestiere del perito non è quello dell'avvocato (che in ossequio alla Costituzione deve garantire la difesa a chiunque).
Il perito onesto deve svolgere l'incarico secondo scienza e coscienza. Il problema è esattamente questo: ci sono molti periti grafologi senza scienza e poca coscienza. Non solo perché s'improvvisano, s'avventurano orecchiando frasi, prendendo in prestito concetti, recitando un copione che chissà chi è stato a dettarlo loro, ma appare evidente che dietro questi improvvisatori, c'è qualcuno che mal li consiglia e magari li "usa", li espone, li fa precipitare in un mestiere di grandissima responsabilità penale, civile e morale. Pur di fare un mestiere, non si deve prestare fede a chi mal consiglia e incoraggia a fare ciò.
Una casalinga non può alzarsi la mattina e decidere di fare il chirurgo perché è convinta di avere la mano delicata nel modo di come taglia le bistecche! Allo stesso modo, non può fare il grafologo nei tribunali mandando in galera, per la sua mancanza di scienza e poca coscienza, i malcapitati!
Abbiamo trovato una stessa perizia a firma di tre grafologhe, cambiava la copertina, ma con quegli stessi argomenti, copiati dai libri in modo servile, una volta li usavano per dire che una firma era falsa, un'altra per dire che era vera. Non ci allontaniamo troppo dalla realtà pensando che forse in ogni tribunale ci sono sempre due consulenti grafologi, Cip & Ciop, che sono amici, pur fingendo di non esserlo davanti al giudice. Anche se dovessero agire così in perfetta buona fede (o peggio ancora se in mala fede), però si scatena un meccanismo patogeno, in base al quale, alla fine non si capisce se al tuo amico dai ragione in perizia perché è tuo amico o perché lo merita? Nel dubbio, uno dei due dovrebbe rinunciare all'incarico, per motivi di opportunità. (Questo è reso ancor più doveroso perché l'attività non è regolamentata, quindi, non è come possono fare due avvocati, che pur appartenendo ad un ordine professionale e pur conoscendosi possono svolgere il rispettivo ruolo in una stessa causa, con una certa scontata serenità).
Ci sono altri periti che sono bravi (docenti, ecc.), ma hanno il terrore di essere contraddetti, come se fare il perito significa affermare una "verità" che nessuno deve osare contraddire o smentire. I filosofi a lungo hanno discusso il tema della verità: che cos'è la verità? Per rispondere, Kant si pose la domanda: "Che cosa posso conoscere?" perché pensava che per giungere alla verità occorre prima avere la conoscenza; ma per quanto puoi conoscere qualcosa del tutto,  il qualcosa è niente rispetto al tutto. Allora ha ragione Popper, quando dice che nella scienza occorre sapere tre cose: la prima è che non sappiamo niente; la seconda è che dobbiamo essere modesti; la terza è che la scienza procede per tentativi ed errori e dobbiamo imparare dall'errore. A ciò, aggiungo io, in perizia, su ciò che non si conosce occorre tacere. Non dobbiamo essere periti sapientissimi, come lo erano i Sofisti, ma consapevoli dei limiti della ragione umana e della lezione socratica di "sapere di non sapere". Ma l'attività peritale che spesso s'incontra nei tribunali, invece, è Terra di Nessuno, Dio ce ne scampi e liberi!
Scrive il prof. G. Cosmacini: «Uomini e donne di poca qualità ammantati di ciarle, abbondano in ogni campo. Nell'ambiente della cura la maschera del ciarlatano ebbe nei secoli un ruolo non privo di una sua dignità. A fronte di una medicina ufficiale che diceva di sapere e potere, mentre poco sapeva e nulla poteva, la ciarlataneria a modo suo, tra millanterie e stravaganze, rispose ad un bisogno insopprimibile e primario: trovare un rimedio anche solo consolatorio dell'inguaribilità della malattia all'incalzare della vecchiaia, alla paura della morte. Il ciarlatano fu storicamente un prodotto dell'angoscia esistenziale dell'uomo e della sua ansia di vivere. Sfruttare quest'ansia, lucrare sull'angoscia e sull'ignoranza altrui, rese in molti casi la maschera del ciarlatano ignobile e la sua figura spregevole».
Il ciarlatano, l'impostore che specula sul dolore altrui dietro lauti compensi è una figura spregevole perché, come diceva Piero Calamandrei, "il processo di per sé è sempre una pena", sia se lo vinci sia se lo perdi. Dietro un processo c'è un uomo che rischia la galera, che si gioca la reputazione costruita in una vita, c'è la famiglia, gli amici, insomma, c'è un dramma! Accade, che nel processo irrompe la casalinga-perito: la donna che fino a tarda età ha fatto la calza lavorando coi ferri a casa, lavando e stirando e che ha scoperto la pseudoscuola x o y (dai nomi altisonanti) dove farsi "dare" un diploma di grafologia. Lei s'ingegna, segue i consigli di chi è più esperta in queste cose. In quattro e quattr'otto diventa "dottoressa". Molti si convincono che è persino brava, perché il primo punto della patologia del fenomeno è questo: il linguaggio. Difatti, la grafologia rientra in una nicchia di conoscenza dove nessuno nel processo è interessato più di tanto a capirci qualcosa. A molti della perizia basta il risultato, poi puoi parlare a ruota libera. Cosa drammatica di per sé, perché poi, per smontare una perizia con le supercazzole bitumate diventa arduo, posto che l'imbecille ti fa scendere al suo livello e lì ti batte. Smontare quell'elaborato ricco di idiozie linguistiche significa partire dalla contestazione del titolo (generalmente è uno di questi: "perizia grafica", "perizia con metodo grafonomico" e chi più ne ha più ne metta), per finire all'ultima parola. Se già sbagli il titolo (per il principio delle proposizioni combinate della logica) figuriamoci il contenuto!
Per capire la drammaticità del linguaggio (ma il dramma si estende sotto vari profili), ricco di sciocchezze semantiche, farò un confronto tra il linguaggio arzigolato di Ugo Tognazzi (nel film Amici miei) e quello ampolloso e liturgico (tragico-comico), tipico delle perito-casalinghe che circolano nella realtà forense italiana. (Riporto fedelmente quanto scrivono nelle perizie, limitandomi solo ad evidenziare in rosso le parole ridondanti, assurde o errate nelle frasi utilizzate del linguaggio peritale in esame).


Amici Miei Atto I - Il linguaggio delle supercazzole di Amici Miei

 

Il linguaggio peritale delle supercazzole bitumate,
offerto come "scientifico"

«L’indagine si è basata su accertamenti di natura … fisiologica (coerenza dinamica del tracciato, carta…)». (Così PTU, diplomato nautico, grafologo, tribunale di...)

«Il metodo grafologico fa propri i principi confrontali del metodo grafonomico, di cui condivide la fase osservativa, la visione dinamica, la sistematicità concentrica della ricerca, la prudenza del giudizio, integrandone la visione dinamica con l’espressività neurofisiologica e psicologica del gesto grafico». (Così, CT del Pm, Perito grafico a base psicologica, tribunale di...)

«Il gesto grafico è conseguenza naturale della correlazione neurotica esistente tra le aree motorie del cortex e i centri emotivi del subcortex (nuclei grigi), che attraverso la via piramidale comune raggiungono le corna anteriori del midollo spinale e quindi le placche motrici dando luogo alla gestualità personale (mimica, scrittura). (…) Quando lo scrivere diventa automatico, l’atto scrittorio si sottrae al controllo del cortex (conscio) per assumere le modalità emotive del subcortex (subconscio). Il movimento grafico si carica dei contenuti affettivi di quel momento e da atto grafico diventa gesto grafico. E’ questa la fase privilegiata per il metodo grafologico, che cerca di cogliere l’espressività fisiopsichica del gesto grafico vale a dire la manifestazione neuromuscolare, psichica e psicologica dello scrivente. (Così, CT del Pm, psicologa della scrittura)

«L’indagine si è basata su accertamenti di natura fisica (strumentale, mezzo scrivente, carta…) e scritturale, fisiologica (coerenza dinamica del tracciato, carta…) e grafologica (coerenza espressiva del tracciato)». (Così, CT del Pm, grafologo, tribunale di...)

«Trattasi di grafia a discreti automatismi, piuttosto regolare nel “ritmo”, nella “dinamica” e nell’ “ampiezza”, individualizzata da peculiarità “grafocinetiche” e “strutturali” depositarie di un “quiddi personale e di soggettivo che la rendono da un lato “comparabile”, per l’espressione più spontanea che in essa è contenuta, dall’altro, “riconoscibile”, per la gamma degli elementi formativi che la caratterizzano». (Così, grafologo, Perito d'ufficio del giudice, tribunale di...)

M: Tarapia tapioco. Prematurata alla supercazzola o scherziamo!
V: Prego?
M: No, mi permetta. No, io; eh scusi noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai con cofandina; come antifurto, per esempio.
V: Ma quale antifurto, mi faccia il piacere! Questi signori qui, stavano suonando loro. Non si intrometta!
M: No, aspetti, mi porga l'indice; ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi; lo vede il dito? Lo vede che stuzzica, che prematura anche. Ma allora io le potrei dire anche per il rispetto per l'autorità che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?
V: Vicesindaco? Basta così, mi seguano al commissariato!!!
P: No, no, no; attenzione! No, attenzione antani secondo l'articolo 12 abbia pazienza, sennò, posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura…
M: …senza contare che la supercazzola prematurata, ha ha perso i contatti col tarapia tapioco.
P: Dopo…
S: E lei, cosa si sente?
M: Eeeh, professore… non le dico, antani, come trazione per due anche se fosse supercazzola bitumata, ha lo scappellamento a destra.

 

P.S.: nell'articolo parlo della casalinga usando ovviamente un eufemismo, lungi da me il voler denigrare il ruolo della casalinga,  socialmente dignitoso, onesto e "pulito" (in tutti i sensi!); né intendo criticare il fatto di per sé positivo di chi vuole abbandonare i fornelli e liberarsi dal fardello dell'angelo del focolare, emancipandosi. Ci mancherebbe altro! Il problema è nella scelta del mestiere forense, qui sta la drammaticità. Va benissimo emanciparsi, ma non improvvisandosi ed avventurandosi in un mestiere forense, anche se non è regolamentato, anche se lo si fa in perfetta buna fede, perché si rischia di fare più danni di quelli che si vorrebbe a priori risolvere. Si manda in galera le persone, si distrugge la loro famiglia e carriera, la reputazione costruita in una vita vola via con una perizia fatta con la supercazzola bitumata. Non è una cosa da niente, è tragicomica, ma più tragica che comica.

© Criminologia.it - Pubblicato in rete il 8.12.2007 - Aggiornato periodicamente - Tutti i diritti riservati